"Il Seme e la neve" restituisce la vicenda del Beato P. Salvatore Lilli da Cappadocia
di Carlo Coppola
La figura del Beato Salvatore Lilli OFM rappresenta una delle pagine più luminose e tragiche della presenza francescana in Medio Oriente. Nato nel 1853 a Cappadocia, in provincia dell'Aquila, questo frate abruzzese dedicò l'intera sua esistenza alle comunità cristiane dell'Impero Ottomano, fino al martirio del 22 novembre 1895 in Armenia Minore.
La sua vicenda si colloca nel contesto drammatico delle persecuzioni sistematiche contro le minoranze cristiane armene perpetrate dalla Sublime Porta tra il 1865 e il 1896. Questi massacri, precursori del più noto genocidio armeno del 1915, si consumavano nell'indifferenza delle potenze europee, troppo impegnate nei loro giochi diplomatici per prestare attenzione alle tragedie che si manifestavano ai confini orientali del continente. Il dramma assumeva contorni grotteschi quando i Francescani venivano sistematicamente scambiati per "francesi" dalle autorità ottomane, diventando vittime delle rivalità geopolitiche tra Francia e Austro-Ungharia (con l'Italia pericolosamente in bilicio tra le parti).
P. Salvatore Lilli si distingueva per le virtù autentiche e il carattere profondamente umano. Lontano dall'arroganza predicatoria che caratterizzava molti confratelli, mostrava rispetto per le leggi locali e un approccio interculturale. La sua missione abbracciava non solo le necessità spirituali delle popolazioni, ma anche la formazione scolastica dei bambini, l'educazione sanitaria e l'insegnamento delle tecniche agricole apprese in famiglia.
Particolarmente toccante era la sua abitudine durante i momenti conviviali: mentre altri religiosi intonavano arie operistiche senza comprenderne il senso, padre Lilli cantava ballate popolari abruzzesi come "Sant'Antonio a lu deserte", portando un pezzo della sua terra natale nel deserto anatolico. Questo gesto rivela la profondità della sua spiritualità: una fede incarnata che non rifiutava le radici culturali ma le trasfigurava nella missione evangelica.
Una fonte importante per comprendere la figura del Beato è l'opera scritta dal nipote omonimo: "Vita del padre Salvatore Lilli da Cappadocia della provincia romana di S. Michele Arcangelo martirizzato nell'Armenia Minore il 22 novembre 1895", pubblicata nel 1949 a Gerusalemme. Il nipote, anch'egli francescano ma con un ministero svolto in Italia, dedicò buona parte della sua esistenza a raccogliere e preservare la testimonianza dello zio martire. In realtà il nipote il cui nome all'anagrafe civile era Adolfo Lilli, era nato anni torno il 18 dicembre 1882, figlio di uno dei fratelli del Beato, Giovanni. Con il suo testo dimostra un impegno filologico straordinario, basato su lettere autenticate, testimonianze della Custodia di Terra Santa e documenti del Ministero degli Esteri italiano. Molti di questi documenti, un tempo custoditi e raccolti nel Convento di Oriolo Romano - grazie al prezioso interessamento del giornalista Talal Khrais e dell'ex Ambasciatore in Italia S. E. Tsovinar Hambardzumyan - si trovano oggi nel Museo Istituto del Genocidio Armeno di Yerevan dove sono stati letti ed esaminati da vari studiosi tra cui la ricercatrice Shushan Khachatryan.
P. Salvatore Lilli fu ucciso insieme a dieci cristiani armeni a Mugiuk-Deresì, diventando simbolo di un ponte spirituale tra Abruzzo, Terra Santa e Armenia. La sua testimonianza di fraternità tra popoli e confessioni diverse mantiene particolare attualità in un'epoca in cui le persecuzioni religiose continuano a colpire quelle terre. L'origine abruzzese, la vocazione maturata nel Lazio e l'esistenza consacrata in Medio Oriente ne fanno una figura emblematica della Chiesa universale.
Per ricordare la figura del Beato Salvatore Lilli da Cappadocia, il 20 settembre presso il Pontificio Collegio Armeno di Roma sarà presentato il romanzo "Il seme e la neve" di Giovannino Giosuè e don Vincenzo Massotti, con prefazione di P. Francesco Patton, già Custode di Terra Santa. Quest'opera rappresenta un tentativo coraggioso di rendere accessibile al grande pubblico la figura del Beato, superando i limiti delle narrazioni agiografiche tradizionali.
Gli autori hanno scelto la forma del romanzo per restituire dimensione umana e religiosa a una vicenda spesso ridotta a complessi interessi geopolitici. Attraverso la narrazione letteraria, "Il seme e la neve" promette di far emergere la complessità storica e spirituale di quegli anni drammatici, quando la fede cristiana si misurava con persecuzioni sistematiche.
Il titolo suggerisce una metafora potente: il seme della testimonianza cristiana che germoglia anche nella neve dell'indifferenza e della persecuzione. Una metafora appropriata per un missionario abruzzese abituato al rigore dell'inverno, che seppe portare il calore della fede evangelica nelle terre aride dell'Anatolia.
L'operazione culturale di Giosuè e don Massotti si inserisce nella tendenza di utilizzare la letteratura per recuperare figure storiche dimenticate. Nel caso di P. Salvatore Lilli, questa scelta permette di sottrarre la sua memoria tanto alla retorica agiografica quanto al silenzio storiografico, restituendo attualità a una testimonianza di fede che il nostro tempo ha bisogno di riscoprire.