Conclusa la Prima edizione del Simposio "Mega Galmata" di Brancaleone
in copertina: Vighen Avetis visto da Domenico Scina
di Carlo Coppola
BRANCALEONE (RC) – Con la solenne conclusione della prima edizione di Mega Galmata, ospitata nella cornice dell'Altalia Hotel Villaggio Club, il litorale ionico della Calabria si è riscoperto crocevia del dialogo ecumenico tra i popoli. Per diversi giorni, scultori giunti da Armenia, Italia, Iran, Ucraina, Grecia, Polonia e India hanno trasformato la pietra calabra in un cantiere d’arte a cielo aperto, facendo rifiorire la bellezza in un tempo tragicamente segnato da stridi di guerra e fratture geopolitiche. Ideatore dell'iniziativa è stato Francesco Amodei, a sua volta figura centrale e fondatore dell'Istituto per l'Arte e il Restauro "Palazzo Spinelli" di Firenze.
Anima demiurgica del simposio è lo scultore armeno Vighen Avetis, figura eclettica e rigorosa, che la storiografia d'arte ed i suoi più ferventi estimatori sogliono descrivere come «servitore di principii e giammai di prìncipi». Formatosi alla grande scuola dei maestri della scultura armena del Novecento — ma, ancor prima, alla disciplina di una mai domata ricerca interiore —, Avetis guarda da sempre a Michelangelo Buonarroti come a un vertice ideale: del maestro rinascimentale condivide la visceralità dell'amore per la città di Firenze, che nel 2014 gli ha tributato il prestigioso Fiorino d'oro nell'ambito del Premio Firenze, e la totale, incondizionata abnegazione dell'umana esistenza in favore del sacro fuoco dell'Arte.
Spirito libero e refrattario alle convenzioni dell'establishment, Avetis ha rappresentato negli anni una voce fuori dal coro: pioniere dei simposi di scultura a Cavriglia (Arezzo) e ancor prima nell'eroica città martire di Shushi, ha saputo infrangere con la forza della materia plasmata le narrazioni di comodo della "storiografia azera", tese a rivendicare l'anacronistica genesi statale del "Montone Bianco". Al contempo, con pari intransigenza etica, l'artista non ha mai risparmiato severe invettive contro il potere oligarchico ed i falsi magnati armeni, accusati di aver depauperato il bene pubblico sotto il manto di un ipocrita salvataggio della Patria. In questo solco di militanza culturale e civile s'inserisce anche la sua recente vicinanza alle iniziative della Fondazione "My Step", guidata da Anna Hakobyan, attraverso la quale ha promosso significativi ponti culturali tra la madrepatria e l'Italia, coinvolgendo illustri personalità della critica d'arte contemporanea quali il prof. Francesco Gallo Mazzeo.
Il suo magistero artistico risuona come un monito universale: "l'Arte per l'Arte, quale supremo veicolo d'evoluzione per l'essere umano, a patto che quest'ultimo inteda evolversi". Se l'uomo contemporaneo, assuefatto al pragmatismo materialista, stenta a decifrare una simile dedizione bollandola come pura utopia, la storia si incarica di dimostrare che è proprio dai visionari — e dagli eroi — che scaturiscono i grandi rinnovamenti dello spirito. Fede, onore, tensione spirituale e una visione della Patria mai angustamente sciovinista, bensì inserita nell'alveo di un cosmopolitismo universalistico: sono questi gli stessi ideali che, negli anni della rigida dittatura sovietica, lo portarono a un passo dalla deportazione in Siberia e che oggi continuano a guidarne lo scalpello e la visione. Un itinerario umano ed estetico emblematico, che il regista armeno Rouben Kochar ha inteso immortalare due anni fa in un intenso film documentario.
A coronamento di questa feconda permanenza sul litorale reggino, l'Amministrazione comunale di Brancaleone ha annunciato l'intenzione di conferire a Vighen Avetis la cittadinanza onoraria, suggellando in modo solenne un patto di amicizia e di eletta affinità tra la comunità locale e il Maestro. A Brancaleone restano oggi le monumentali opere scolpite nella pietra; rimane soprattutto l'auspicio che Mega Galmata, nata come coraggiosa officina di pace e d'incontro tra le culture, possa strutturarsi come appuntamento permanente negli anni a venire.