Il clamoroso hackeraggio ha colpito gli account social di "Ciao Armenia"
di Carlo Coppola
Quindici mesi di lavoro redazionale — tra articoli, reportage, corredi fotografici e una fitta rete di contatti — sono stati azzerati nel giro di pochissime ore. È il drammatico bilancio del recente attacco informatico che ha investito il portale di Ciao Armenia, azienda nata per promuovere e raccontare il dialogo e l'amicizia tra Italia e Armenia.
Attorno alla testata ruota un articolato indotto produttivo e culturale: collaboratori, fotografi, traduttori, inserzionisti e associazioni che trovavano in questa vetrina un punto di riferimento fondamentale. Il blocco improvviso della piattaforma e la cancellazione dei contenuti hanno così interrotto una filiera di attività che poggiava interamente su tale infrastruttura digitale.
A peggiorare un quadro già critico è stata la sostanziale inazione dei colossi informatici collegati alla testata. Meta, attraverso le sue piattaforme Facebook e Instagram, non ha fornito risposte tempestive, lasciando che mesi di lavoro andassero in fumo. Nelle ore più decisive, la redazione si è trovata a rimbalzare contro procedure automatizzate e tempi di reazione del tutto incompatibili con l'emergenza in corso.
A dar voce allo sdegno e alla determinazione del team è il fondatore dell'azienda, Alessandro L'Abbate, giornalista esperto di turismo e relazioni internazionali. L'Abbate si occupa anche della promozione del Sistema produttivo italiano nel mondo, originario di Polignano a Mare, perla della Puglia. Insieme all'amico Alessandro e al suo staff, come cittadini armeni, siamo certi che l'intera vicenda sarà risolta nelle giuste sedi dall'autorità armena e dalle autorità internazionali competenti in materia di web security.
Le sue parole esprimono piena fiducia nelle istituzioni e ribadiscono la ferma volontà di non arrendersi e di ripartire al più presto. Questa vicenda, tuttavia, solleva interrogativi di portata generale: da un lato la strutturale fragilità dell'editoria indipendente, spesso priva dei mezzi per opporre difese cibernetiche avanzate; dall'altro la responsabilità diretta delle grandi multinazionali del web, chiamate a garantire un'assistenza concreta, umana e tempestiva a chi utilizza i loro servizi per fare informazione ogni giorno.
Perché quando un giornale che costruisce ponti culturali tra due popoli viene ferito, il danno non colpisce soltanto una redazione, ma impoverisce un intero spazio di dialogo e diplomazia culturale tra Italia e Armenia.