“Cassandra. La mia patria fu il vento”: Un viaggio nella complessa dimensione della parola
Recensione a cura di Elisa Cacciatore
Incomunicabilità! Un ostacolo che Stefania Lupelli tenta di valicare nella sua prima raccolta poetica “Cassandra. La mia patria fu il vento” attraverso la rivisitazione in chiave contemporanea di uno dei personaggi più emblematici della mitologia greca: Cassandra.
Questa figura femminile viene comunemente attribuita a tutte quelle persone che, pur annunciando eventi funesti previsti, non vengono mai credute.
Cassandra aveva infatti il dono della preveggenza e, una delle sue profezie più note, riguarda il suo vano tentativo di avvertire i troiani del cavallo di legno appena entrato in città.
Cassandra conosceva la verità, sapeva cioè che quel cavallo era una trappola orchestrata dagli Achei. Purtroppo però nessuno le darà retta. Così - mentre Troia viene devastata dai greci - Aiace di Locride prima la violenta nel tempio di Atena, luogo in cui viene trovata, e dopo la rapisce.
Giunta a Micene, Cassandra sentenziò una brutta fine nei riguardi di Agamennone, però anche quest’ultimo ignorò il suo presagio, cadendo quindi in una congiura organizzata dalla moglie Clitemnestra e da Egisto, in cui la stessa Cassandra venne uccisa.
Una storia drammatica e cruda, ma pur sempre attuale. Questo perché i racconti narrati nel mito, sebbene storicamente non siano mai accaduti, corrispondono all’esigenza di dominare l’esistenza dell’uomo. Inoltre, la narrazione mitologica presenta spesso dei legami con la società contemporanea.
Applicato ai giorni nostri infatti, il mito di Cassandra rimanda ad una questione importante che viene quasi naturale porsi: come si fa a rimanere cechi di fronte a tutto quello che sta avvenendo nel mondo?
La scelta di adottare questo doppio registro per raccontare i problemi odierni è stata accompagnata dalla formazione classica che per Stefania costituisce la base del suo pensiero. «Per me lo studio non è mai stato qualcosa di esteriore: tutto quello che ho imparato è entrato a far parte del mio vissuto,» afferma «dopodiché ho voluto riproporlo in relazione alla mia ottica».
Per quanto riguarda la decisione di ispirarsi a Cassandra per la composizione delle sue poesie, l’autrice replica: «Di Cassandra mi affascina il fatto di poter comunicare e di non essere creduta dagli altri, sebbene le sue profezie siano veritiere, che costituisce l’idea centrale del libro secondo la mia rilettura. Ho scelto questo personaggio esemplare per il modo in cui l’ho reinterpretata: Cassandra ha delle risposte; tuttavia, in primis gli altri non la ascoltano e poi esse non bastano per rispondere profondamente alla richiesta di senso».
Nella raccolta inoltre, Stefania si chiede quale sia ad oggi il metodo più efficace per riuscire a comunicare, visto che uno degli ostacoli più ostici con cui l’uomo moderno debba fronteggiarsi concerni proprio la formulazione della parola, un concetto all’apparenza definito, ma che in realtà costituisce solo un’apparenza. «La parola non è mai qualcosa di chiaro ed oggettivo.» dice «La parola essendo vacua di per sé, si svuota ancora di più, se viene utilizzata in maniera non consona. Ad oggi purtroppo è difficile riuscire a comunicare in modo efficace. Per comunicare l’incomunicabilità ho usato la parola, il che sembra paradossale, però essa è uno dei pochissimi strumenti che abbiamo per rompere questa barriera. Ecco perché ritengo sia necessario continuare a parlare, senza tuttavia approdare alla dimensione del vuoto».
«Le parole che dico da sempre mi hanno in odio/ non mi crede nessuno».
Parole che suonano quasi come un urlo, una richiesta d’aiuto da parte di una persona che vuole soltanto cercare di dare voce a tutti quei pensieri che le divorano lo stomaco, ma che sono destinati a perdersi nell’aria.
Cassandra è presente in ognuno di noi: quante volte infatti cerchiamo di esprimere al nostro interlocutore quello che proviamo per poi sentirci dire che è una bugia, che è tutto nella nostra testa e che dobbiamo smetterla di immaginarci cose inesistenti?
In questo senso, la vicenda di Cassandra ci insegna che i veri vincitori sono coloro in grado di dare un significato alle parole, rompendo il muro insormontabile dell’incomunicabilità.
Per questo motivo Cassandra non può essere considerata una figura “negativa”. Non è un caso infatti se il suo nome significa “trionfare”.